I  BORBONI  DI  NAPOLI

 

Di Alexandre Dumas

 

Libro II 

 

 

CAPITOLO II.

 

 

Ad un tratto, come dicemmo, la voce sì diffuse per Napoli che una rivoluzione era scoppiata in Francia, e che i Parigini avevano presa la Bastiglia.

Fin dalla riunione degli Stati Generali, la regina Maria Carolina seguiva con uno sguardo inquieto ciò che accadeva in Francia.

La sua seconda sorella, di tre anni più giovane di essa, aveva, come si sa, sposato nel 1770, il giovane Duca di Berry Delfino di Francia.

Per coloro fra i nostri lettori che non sieno perfettamente familiarizzati colla istoria della nostra rivoluzione, noi daremo alcuni dettagli su Maria Antonietta e su Luigi XVI ‑ dettagli che non saranno inutili, dappoichè gli avvenimenti dei quali furono vittime reagirono potentemente su quelli che abbiamo preso a narrare.

Maria Antonietta era bella, ancora più bella di Maria Carolina ‑ di quella bellezza fiera e sdegnosa delle principesse di Casa d'Austria. Aveva il temperamento dominante di sua madre Maria Teresa, ed entrata una volta nelle vie della resistenza, preferiva esser spezzata anzichè piegare.

Resistette e fu spezzata.

La sua entrata in Francia fu accompagnata da ogni specie di sinistri presagi. Non senza un certo terrore le principesse di Casa d'Austria, o alleate a Casa d'Austria, mettevano il piede sul suolo di Francia. Caterina dei Medici eravi venuta per contribuire potentemente alle stragi di S. Bartolomeo, e vide il suo marito Enrico Il ucciso in un torneo. Maria dei Medici era sospetta di aver preso parte all'assassinio di Enrico IV e morì proscritta nella casa del suo pittore Rubens ad Anversa. Anna d'Austria passò la vita detestata dalla sua epoca, e in mira alle violenze di Richelieu, ed era sfuggita allo sdegno del Re, e all'odio del ministro, per lottare contro i parigini sotto la incerta protezione del signor Mazzarino Mazzarini, chiamato dalla Regina Cristina di Svezia l'illustrissimo facchino di Piscina, ‑ in modo che Maria Antonietta quantunque ricevuta con grandi acclamazioni di gioia e come l'angelo della pace destinata a sorvolare su' due regni, notava tutto ciò che succedeva, come un cattivo presagio.

Essa notò dunque che la prima camera ove si coricò entrando in Francia ‑ rappresentava la strage degl'innocenti.

Notò che durante la prima tappa che fece su questa terra che parea dichiararsi sua nemica, un uragano scoppiò e il fulmine ruppe un albero sulla sua sinistra distante venti passi da essa.

Notò che una sera mentre era sola nella camera da letto, rischiarata da un candelabro a tre candele, le tre candele si smorzarono una dopo l'altra, senza che il vento le spegnesse senza che il lucignolo fosse completamente bruciato.

Notò finalmente che alle feste dei suoi sponsali, la folla essendosi accalcata con troppa curiosità, sulla piazza Luigi XV, cinque o sei cento persone caddero nel giardino scavato su questa piazza, mentre che altri premuti contro i cancelli del Guardaroba vi furono soffocati, co­sicchè la sera della festa, sui fiori appassiti e disseminati sulla via si raccolsero due o tre cento cadaveri.

Vociferavasi benanco, ma ciò non era che una tradizione popolare che durante il suo viaggio attraverso la Francia avendo chiesto ospitalità in un Castello, v'incontrò un ciarlatano chiamato Cagliostro il quale aveale fatto questa singolare predizione sul suo marito e i suoi due fratelli cioè che il Delfino morrebbe senza testa, che il Conte di Provenza morrebbe senza gambe e che il conte di Artois morrebbe senza corte dopo che tutti e tre avessero regnato.

In quanto a lei, pretendevasi, che le avesse fatto vedere in una caraffa uno strumento di morte sconosciuto, e tanto spaventevole, che essa, a quella vista, svenne.

Per lo spazio di quattro anni la sua posizione presso del Re Luigi XV fu inferiore, la vera regina era Madama Dubarry, e le Delfine erano le tre prime figlie di Luigi XV. Una delle quali, a quanto assicurasi, fu amata da suo padre, nel modo istesso che Lot amò le sue figlie.

Poi il sig. di Choiseul che aveva combinato il matrimonio, che erale stato raccomandato da Maria Teresa come un amico intimo, qualche mese dopo il matrimonio celebrato, ma non consumato cadeva rovesciato dalla fazione Richelieu.

Noi abbiamo scritto e sottolineato due parole che meritano una spiegazione.

Dicemmo che il matrimonio erasi celebrato, ma non consumato.

In fatti Maria Antonietta era la sposa e non la moglie di Luigi XVI.

Una lieve infermità di Luigi XVI che un leggiero colpo di bistorì bastava a far scomparire, impedì, dall'anno 1770 al 1777 al matrimonio di consumarsi.

Durante questo tempo la giovane regina dal temperamento austriaco, sentì il bisogno di dare il proprio cuore poichè il marito parea sprezzasse il suo corpo, non osando avere dei favoriti essa ebbe delle favorite.

Queste favorite, come Emma Lionna, hanno i loro nomi scritti nella storia, in un modo meno sanguinoso, è vero, ma non meno scandaloso.

Queste favorite furono particolarmente la Principessa di Lamballe per la quale la regina creò la carica di Dama del letto, e Madama di Polignac che andò a trovare lungi sei leghe da Versailles e dalla quale prese la rosolia, un giorno che la Duchessa era inferma di questa malattia, e che essa entrò nella camera malgrado le istanze del medico per impedirnela.

Tutti conoscono il terribile affare della collana, la regina fu sotto il peso di due accuse: o essa aveva acconsentito ad essere l'amante del Cardinal di Rohan affinchè questi le donasse una collana di brillanti valutata 1600.000 fr. o essa aveva comprato la collana dai gioiellieri, Bosange e Boechemer con la certezza di non pagarla mai.

La Contessa della Motte era stata condannata, ma la regina era stata diffamata.

Ne risultò che a poco a poco, la regina che dai Francesi era stata ricevuta come un angelo di speranza, metà per imprudenza metà per calunnia perdette tutta la sua popolarità. E dopo che fu chiamata la Delfina ‑ si chiamò l'Austriaca. Poi Madama Deficit ‑ per un deficit attribuito alle sue stravaganti spese, e più tardi in fine, la si chiamò Madama Veto per l'opposizione che credeasi da essa ispirata al re.

Questo deficit che il sig. di Calonne annunziò pel primo, ammontava alla fine del 1776 a ventisette milioni, cioè a una miseria, dopo otto o nove anni ammontava a mille e ducento milioni, cioè ad una somma spaventosa paragonata alle risorse della Francia.

In effetti la Francia esausta per le prodigalità di Luigi XIV intorno a Versailles, e per quelle di Luigi XV, a proposito del Parco dei cervi, affannava agonizzante sotto il peso dell'imposte.

E' in Michelet, il nostro grande scrittore patrio, che bisogna sentire le grida affannose messe da lei.

Il coro lugubre, che per lo spazio di 110 anni la Francia sentirà ripercotersi alle sue orecchie cominciò nel 1681.

Non si può andare più innanzi dice Colbert, e siccome ciò malgrado egli deve andare innanzi, sospinto com'è da Luigi XIV così muore spossato.

Nel 1698, si fa una memoria pel Duca di Borgogna, in questa memoria è detto che tale paese ha perduto un quarto dei suoi abitanti, tal'altro il terzo, tal'altro la metà, si soggiunge che la popolazione non si sostituisce, e che il contadino non mangia tanto da soddisfare la sua fame ed è tanto miserabile che i suoi figli sono tutti deboli, infermicci e non possono vivere.

Il Magistrato normanno, Boisguilbert, esclama parlando del 1698. Allora eravi ancora dell'olio nella lampada, oggi tutto è finito per mancanza di materia. Il processo si aggira oggi fra quelli che pagano e quelli che non fanno altro che ricevere.

Nel 1710 l'Arcivescovo di Cambray dice: I popoli non vivono più da uomini, non è più permesso di contare sulla loro pazienza, la vecchia macchina finirà di rompersi al primo urto, tutto si riduce a chiudere gli occhi e ad aprire la mano per prendere sempre.

Luigi XIV muore, il Reggente gli succede, s'informa degli affari, e indietreggia spaventato.

Se fossi suddito, dice, senza dubbio mi rivolterei.

E come gli si annunzia una sommossa.

In fede mia il popolo ha ragione, disse, ed è troppo buono a soffrir tutto.

Nel 1739, si presentò a Luigi XV il pane che mangia il popolo, è un pane di felce nel quale il grano non entra neanco per un sesto.

« Nella mia diocesi scrive l'Arcivescovo di Chartres gli uomini pascolano coi montoni.

Nel 1742 la Duchessa di Chateau Roux, alla quale il Re ha dato un Ducato di 300,000 lire di rendita, scrive alla sua volta.

« Io veggo che ci sarà un grande sconvolgimento, se non vi si apporti rimedio.

In effetti, alcuni anni dopo, in un anno di carestia, quale? la storia non lo dice, ne avvengono tante, che non si contano più, Luigi XV, cacceggiando secondo il suo solito nella foresta di Senart, incontra un contadino che portava una bara.

‑ Per chi serve questa bara, domandò il Re.

‑ Per un uomo morto di fame ‑ rispose il contadino.

Il re restò un momento pensieroso, e raggiunse la caccia, mettendo il suo cavallo al galoppo.

La Francia non era in istato migliore di quell'uomo morto. La Francia era in agonia.

E in fatti il contadino non ha più nulla che si possa confiscare, il Fisco ha dapprima sequestrati i suoi mobili, poscia ha sequestrato il suo armento. Se la legge non avesse garantito l'aratro, gli uscieri avrebbero sequestrato financo il vomero che apriva la terra. Gli uomini, le donne e i ragazzi attacavansi all'aratro e provavansi a rimpiazzare gli animali da soma, ma ciò che non possono rimpiazzare è il concime che manca. La terra non può più rifare le sue forze. Ella digiuna alla sua volta. Ella sospira. Ella agonizza.

« A misura che si procede verso il 1789, la natura accorda meno, l'anno non nutrisce più l'anno come la bestia troppo stanca che ama meglio coricarsi e morire, essa attende, e non produce più, la libertà non è soltanto la vita dell'uomo essa è benanco quella della natura[*1] .

Cosicchè quando Luigi XVI, intese la terribile confessione, che non poteasi andare più innanzi, uscire dalla bocca del sig. di Vergennes morente

‑ Oh amico mio disse, quanto sarei felice di riposare vicino a voi.

Luigi XVI era serbato a più dure prove.

Il sig. di Calonne nominato Ministro delle Finanze propose l'Assemblea dei notabili.

L'Assemblea dei notabili fu convocata.

Bisognò togliere dinanzi ad essa il velo che copriva la botte delle Danaidi.

L'abisso era senza fondo.

Gl'imprestiti eransi realmente elevati ad un bilione e seicento quarantasei milioni, in vece di duecento milioni che si erano accusati.

Il deficit era di 140 milioni all'anno in vece di cento.

Il capogiro prese Calonne, ed egli cadde nell'abisso.

Lamenie di Brienne Arcivescovo gli succedette, e dal principio fu impopolare, diceasi che era l'uomo della regina.

Non interamente.

Era l'uomo dell'abate di Vermond, il lettore della regina.

Un anno dopo il popolo bruciava Brienne in effigie, ed egli a stento fuggiva da Parigi, ove l'aspettava il martirio di S. Stefano, se era preso.

In questo frattempo una malattia epidemica si manifestò, si riconobbe che era una specie di peste senza nome conosciuto.

Il popolo le ne diede uno, la chiamò la Brienne.

Ecco a quel punto erano in Francia le cose nel 1785.

Il popolo nudo, affamato, morente di peste.

Il clero, grasso e grosso, ben nutrito, non pagando altre imposte che il dono gratuito.

La nobiltà rovinata a carico del potere regio.

La regina impopolare, accusata di furto per l'affare della collana, di tradimento negli affari dello Stato, chiamata Madama Deficit, avendo tre figli, dei quali cominciavasi la paternità a suo marito.

Il Re, ancora compianto, amato ancori, stimato sopra tutto, ma ammonito da tutti, su tutti i propositi.

I ministri arsi in effigie.

La voce pubblica chiamò il sig. Necker. La Regina che abitualmente lo chiamava il Ginevrino, o il Ciarlatano, come esso era chiamata l'Austriaca o Madama Deficit, gli scrisse una lettera di proprio pugno onde annunziargli il suo richiamo.

Mai un trionfatore fu ricevuto come Necker, quattordici medaglie sono coniate in onore di lui, il suo ritratto è su tutte le facciate dei mercanti di stampe, s'incornicia nelle tabacchiere, s'incastra sui bottoni, si battezza una strada che chiamasi la strada Necker, si grida Viva il Re, viva il Parlamento, viva Necker.

In mezzo a tanta gioia una grandine spaventosa cade il 13 luglio 1788, e rovina la Francia, il giornale di Parigi annunzia, che la Turenna, la Piccardia, il Velay ed il Foretz, muoiono di fame e che il grano per seminare mancherà pel venturo anno.

Viene l'inverno più terribile coi suoi freddi che la estate coi suoi uragani, il termometro scende a 17 gradi, avanti Calais il mare si agghiaccia sopra una superficie di due leghe. Alcuni vecchi ed alcuni fanciulli si rinvengono morti dì freddo nei proprii letti, s'invoca la statua di Enrico IV come quella di un santo, si obbligano coloro che passano a scovrirsi il capo, ai principi come agli altri.

Il Re fece abbattere tutti i boschi della sua lista civile circostanti a Parigi, e fece fare delle distribuzioni di legna al popolo. Egli affettava di portare le sue scarpe scucite, e non giocava che uno scudo al Tritrac.

D'altra parte a misura che sminuiva la popolarità del Re e della Regina, quella del Duca D'Orleans au‑ mentavasi. Poichè questa popolarità derivavagli principalmente dall'odio che portavagli Maria Antonietta. Egli facea distribuire del pane e della carne ai poveri e accendere dei fuochi sulle pubbliche piazze, le scuderie del Palazzo reale trasformate in cucine erano aperte a coloro che avevano fame. Valutavansi a 1500 libre di pane e a 800 libre di carne la distribuzione quotidiana.

Del resto come se il cielo avesse voluto additare i grandi della terra alla vendetta del popolo, è al momento in cui la regina abbellisce Rambouillet, S. Cloud e il piccolo Trianon in cui i gran signori fanno fabbricare, quelle case che si chiamano folie ‑ la folie Beaujon ‑ la folie d'Artois ‑ la folie Mericourt folie S. James ‑ la folie Genlis ‑ che quel ghiaccio, quella neve che uccidono il povero, forniscono delle partite di piacere all'aristocrazia ; facevansi delle corse nelle slitte, nel mezzo al baluardo, mentre che ai due lati gli eleganti di second'ordine, avviluppati nei tabarri impellicciati, le mani perdute in enormi manicotti, guardavano sdrucciolare le agili macchine dal collo di cigno e dalla testa di dragone che portavano via, con la velocità delle visioni dorate, sciami di graziose signore.

Fra la nobiltà che divertivasi, e il popolo che agonizzava, i filosofi, discepoli di Voltaire e di Rousseau, facevano la loro opera rivoluzionaria.

Si sarebbe detta una malattia, tutti vogliono più o meno la rivoluzione. Il Re la vuole fino alle massime di Fenelon; il Conte d'Artois e la regina, che si accusa volere un poco troppo ciò che vuole il Conte d'Artois, la vogliono fino al matrimonio di Figaro; Necker la vuole fino agli Stati. Lafayette la vuole fino ad una Costituzione, il Conte d'Entragues la vuole fino ad una Repubblica.

Quest'ultimo pubblicò una memoria.

Egli prende l'uomo nello stato di natura e lo conduce fino all'anno 1778.

La sua epigrafe è l'antico richiamo delle Cortes al Re di Aragona.

« Noi che valiamo quanto voi, e che tutt'insieme siamo più potenti di voi, vi promettiamo d'obbedire al vostro governo se voi mantenete i nostri dritti e i nostri privilegi, Se no, no. »

Volete avere un'idea dello spirito col quale è stato scritto quel libro, leggetene la prima frase.

Eccola :

« Fu senza dubbio per dare alle più eroiche virtù una patria degna di essa, che il cielo volle che esistessero delle repubbliche, e forse per punire l'ambizione degli uomini, permise che esistessero dei grandi imperii dei re e dei padroni.

Tutto ciò non impedisce al Carnevale di essere superbo e Longchamps magnifico, soltanto i meno perspicaci comprendono che le cose non possono andare di questo passo; con questa prodigalità in alto, la miseria abbasso e la rivoluzione nel mezzo.

Tutti, senza sapere perchè, sperano negli Stati generali.

Gli Stati generali devono aprirsi il 27 aprile 1789.

Essi sono stati convocati con una lettera in data del 24 gennaio diretta dal re ai Baliaggi.

Questa convocazione era stabilita su basi più larghe di qualunque altra precedente convocazione.

Tutti quelli che pagavano una imposta e che avevano più di 26 anni, dovevano nominare degli elettori i quali eleggeranno dei Deputati.

Era un appello a tutta la nazione meno ì domestici e l'esercito.

Cinque milioni d'uomini intervennero all'elezione.

Il Clero diede, 44 prelati, 52 Abati, Vicarii generali, Canonici professori, 205 parrochi, 7 monaci, o Canonici regolari.

Totale 308.

La nobiltà diede 266 gentiluomini da spada, 19 magistrati di Corti superiori.

Totale 285.

In fine il terzo stato mandò 4 preti, 15 nobili o Amministratori militari. 29 Sindaci, o magistrati municipali, due Magistrati di Corti superiori, 158 magistrati di tribunali inferiori, 214 legisti o notai, 178 proprietarii, negozianti, Borghesi, Coltivatori, 12 Medici, 5 Finanzieri e 4 Letterati.

Totale 621. Gli altri due ordini Nobiltà e Clero aveano dato 593 deputati, così dunque in tutto 1214 deputati.

Gli elettori, sopra tutto a Parigi erano stati di opinione popolare lo che significava una grandissima opposizione contro il Re.

Sopra sessanta distretti, cinquantasette sostituirono un presidente di loro scelta a quello che aveva nominato il Re.

Gli altri tre distretti rielessero gli stessi presidenti a patti però che essi dichiarassero aver ricevuti i loro poteri, non dal Re ma dal popolo.

L'apertura degli Stati fissata pel 27 aprile, venne fra lo scontento generale, prorogata al 4 maggio.

Si sentiva che si avvicinava qualche cosa d'ignoto, diciamo meglio di strano, che procedeva dal passato e camminava verso l'avvenire.

Era la Rivoluzione.

Ma per tutti i cuori essa si avvicina, dolce, fratellevole, e santa.

Tutti aspettavano un abbracciarsi generale, universale, tutti, eccetto Sièyès, l'ultimo eletto dei deputati di Parigi.

‑ Tre ordini ‑ aveva detto ‑ non Tre nazioni.

Un mese passa in discussioni di etichetta e di preferenze a verificare i poteri, e cercare di riunire i due altri ordini al Terzo.

In questo frattempo il popolo muore di fame.

Un giorno un prelato trae di sotto alla sua sottana pavonazza, un tozzo di pane nero, che senza dubbio avrebbe rifiutato il cane di un nobile.

‑ Ecco il pane del contadino, egli dice.

Allora dal mezzo dell'assemblea si levò una voce aspra.

« Gli antichi canoni ‑ dice quella voce ‑ per sollevare il povero, autorizzano a vendere fino agli arredi sacri.

Era la voce di un omiciattolo, meschino, pallido, dagli occhi velati, incipriato con ricercatezza, quantunque vestito con un'estrema semplicità.

Quell'omicciattolo era il Cittadino Massimiliano Robespierre, deputato d'Arras.

Il 10 Giugno niente è finito ancora; Sièyès propone di dichiarare fuori causa la nobiltà e il Clero che non hanno voluto riunirsi al Terzo stato, il 15 propone di prendere il titolo di Deputati verificati ‑ il 17 propone, costituirsi in Assemblea nazionale.

Il 21, nella sala del giuoco delle palle, l'Assemblea nazionale giurò di non sciogliersi se pria non avesse compita la costituzione.

Il domani, 148 membri del Clero si separano dal loro ordine e vengono a riunirsi al Terzo Stato.

Restano adunque come unico baluardo al potere regio contro il popolo, la nobiltà e la minoranza del Clero.

La Seduta Reale era fissata pel 23 giugno.

Il 23 giugno, la monarchia gioca il tutto per tutto: Luigi XVI spera che l'apparecchio della maestà e della potenza monarchica, porrà un termine ad ogni discussione, fermerà i soprusi dei Terzo Stato, e produrrà la chiusura degli Stati generali.

Il discorso del Re, il quale non parlava che di benefizi conceduti da lui al suo popolo e che conteneva l'enumerazione dei dritti accordati alla nazione, ferì profondamente i deputati del Terzo Stato.

Cosicchè, allorquando finito il discorso, il Re in modo di post‑scriptum, pronunziò le parole seguenti:

« Vi ordino o signori di separarvi subito, e recarvi, domani mattina, nella Camera destinata a voi, per riprendere le vostre sedute », e pronunziate queste parole si ritirò, tutto il Terzo Stato, in vece di ubbidire, rimase immobile, e come inchiodato ai banchi.

Allora il gran maestro delle cerimonie il sig. di Dreux‑Brézé vedendo quella immobilità, si avvicinò al Presidente Bailly.

‑ Signori, gli disse, avete inteso l'ordine del Re?

‑ Sì signore, rispose Bailly ‑ ma l'assemblea essendosi aggiornata oggi, dopo la seduta reale, io non posso scioglierla senza che essa abbia deliberato.

‑ E’ questa la vostra risposta, riprese il Signor di Dreux‑Brézé, debbo io parteciparlo al Re?

‑ Si, Signore.

E poichè de Brèzè insisteva ‑ Mirabeau si slanciò dal suo posto, e con la sua voce tuonante disse:

‑ Dite a coloro che vi mandano che la forza delle baionette non può nulla contro la volontà della nazione[*2] .

Lo stesso giorno, dieci minuti dopo l'uscita di DreuxBrézé, l'Assemblea dichiarò.

‑ Che la persona dei suoi deputati era inviolabile.

‑ Che qualunque Particolare, qualunque Corporazione ‑ Tribunale, Corte ‑ o Commissione ‑ che osasse durante o dopo la presente sessione perseguitare, ricercare, o fare arrestare, ritenere o far ritenere, un deputato per ragione di qualche proposizione, consiglio, opinione, o discorso da lui fatto agli Stati generali, come ancora qualunque persona che prestasse il suo ministero ad alcuno dei detti attentati, da qualunque parte venissero dati gli ordini ‑ sarebbe infame e vile verso la nazione e colpevole di delitto capitale, L'Assemblea delibera che nei suddetti casi, prenderà, tutte le necessarie misure per far ricercare, inseguire, e punire quelli che ne saranno gli autori, gl'istigatori ed esecutori.

E non ci fu eccezione per alcuno, lo stesso Re è compreso in questa deliberazione.

Da quel momento non vi è più re in Francia; il solo Re il vero Re é l'assemblea nazionale.

Il Re cedette.

Ma pur cedendo, dava l'ordine di concentrare intorno a Versailles, un certo numero di reggimenti.

Sia per scelta, sia per calcolo, sia per avventura, ì reggimenti erano tutti esteri.

Ben presto, convennero, fra Parigi e Versailles 30,000, uomini, e treni considerevoli di artiglieria.

Di più altri 20,000, uomini erano attesi.

Il maresciallo di Broglie era stato fatto venire dalla Lorena, e raccontavasi che al suo arrivo a Versailles, il Re erasi gettato fra le sue braccia esclamando:

Ah Maresciallo! quanto sono infelice, ho perduto tutto; non ho più il cuore dei mie sudditi, e sono nel tempo stesso senza esercito e senza denari.

Intanto perchè erano reggimenti stranieri quelli che il re concentrava a Versailles? andremo a dirlo.

Il 23 Giugno vi era stata una sommossa: due compagnie delle Guardie Francesi, alle quali erasi dato l'ordine di far fuoco, aveano ricusato.

I Capi consegnarono le truppe nelle caserme, ma il 25 e il 26 dello stesso mese, i soldati consegnati fuggirono e corsero al Palazzo Reale ‑gridando ‑ Viva il Terzo Stato.

Il Palazzo Reale ‑ palazzo del Duca d'Orleans, era il centro dell'opposizione parigina; vi si era aperta un circo ‑ il Circolo sociale ‑ teneavi le sue sedute e si occupava dell'avvenire del genere umano ‑‑ La bocca di ferro eravi redatta dai franchi‑fratelli ‑ in fine, il giardino era pieno di ammutinatori tutti pronti a sommuovere il popolo alla prima occasione.

Le guardie fancesi per conseguenza vi furono accolte con acclamazioni.

Gli ammutinatori misero il grido di viva le guardie francesi cui risposero le guardie francesi, col grido di Viva la Nazione.

Questi due gridi erano così bene accoppiati che si dimenticò di aggiungervi quello di Viva il Re ‑ Si fraternizzò.

Gli ammutinatori fecero apportare dei vino e de' rinfreschi di ogni specie; attirati da quelle grida e sollecitati a prender parte alla festa, Dragoni, Svizzeri, alcune compagnie di Artiglieria tutte intere, presero parte alla festa, la quale durò tutta la notte.

Il 30 giugno, verso le sette della sera, un messaggiero entrava nel Caffè di Foy, e rimetteva a tutti quelli che si trovavano nel Caffè una lettera con questo indrizzo.

‑ Ai zelanti di libertà.

Questa lettera annunziava che Il soldati delle Guardie francesi, detenuti all'Abbazia, per non aver voluto far fuoco sul popolo, col favore della notte sarebbero trasferiti a Bicétre, sul luogo, soggiungeva la corrisponden­za, destinato a vili scellerati e non a brava gente come quelli.

La lettera, letta dapprima al Caffè, è riletta nel giardino, alcuni giovani sollevano i propri cappelli in cima ai bastioni, e gridano: all'Abbazia, all'Abbazia. Un assembramento di oltre le seicento persone, si dirige verso la prigione. Lungo il cammino, questo assembramento diventa un esercito, le porte della prigione, sono sfondate. Nove soldati delle guardie francesi, sei soldati delle guardie di Parigi, e due altri ufficiali rinchiusi per diversi motivi, vengono messi in libertà.

Ma al momento in cui la spedizione si compie, una compagnia di Dragoni, seguita da un distaccamento di Usseri, si presenta colla sciabola in pugno.

Però in vece di fuggire, il popolo va incontro a loro, prende le briglie dei cavalli, si appella alla fratellanza che deve unire tutti i Francesi: le Guardie francesi, chiamano i Dragoni e gli Usseri loro camerati, questi rimettono le sciabole nel fodero, da tutte le case esce gente con bicchieri e bottiglie, e là benanco si fraternizza, e si beve al grido di viva la nazione.

Allora i soldati liberati, sono condotti in trionfo al Palazzo Reale, e nel tempo stesso che si mena in prigione un soldato accusato di furto, delle tavole sono imbandite nel giardino, si cena al lume delle fiaccole.

Nella notte del 4 al 5 luglio, all'invito dell'Assemblea nazionale che vuol che resti forza alla legge, i soldati rientrano all'Abbazia, dove il domani ricevono la grazia dal Re.

Parigi in tumulto per un'intera settimana rientrò, o sembrò rientrare nel riposo, ma sotto quell'apparenza di calma, batteva nelle arterie della gran capitale, la febbre ardente che sei giorni dopo sarebbe scoppiata.

« Trenta reggimenti marciarono sopra Parigi », dice il marchese de Ferrieres nelle sue memorie.

Il pretesto era la tranquillità pubblica, ma i Parigini non credevano che questo fosse il vero scopo.

Il vero scopo era per essi la dissoluzione degli Stati generali.

L'Assemblea nazionale da parte sua sentiva per istinto che tutte queste forze si dirigevano contro di lei.

Redasse un indirizzo chiedendo l'allontanamento delle truppe; questo indirizzo fu presentato al Re il dieci luglio dal sig. Clermont Tonnerre.

Il Re rispose a questa domanda che era suo dovere il vegliare alla sicurezza pubblica e che per adempiere a questo dovere, faceva venire delle truppe, e se queste truppe insospettivano l'assemblea, traslocherebbe l'assemblea a Noyon o a Soissons ed egli stesso si recherebbe a Compiègne.

Questa traslocazione dell'assemblea a Noyon o a Soissons aveva molta rassomiglianza coll'esilio degli antichi parlamenti.

Necker, ginevrino, repubblicano per conseguenza, ispirava diffidenza.

Si fece venire un intendente delle finanze, chiamato Foullon; contavasi con esso rimpiazzare Necker.

Era una cattiva scelta, egli era molto impopolare, e gli si attribuivano, unitamente al suo genero Berthier, le più sinistre intenzioni.

Consultato sulla situazione rispose.

« Vi sono due partiti da prendere; il primo si è che il Re accetti francamente la rivoluzione, divenga il primo rivoluzionario della sua epoca, e si metta alla testa del movimento.

« Il secondo, all'opposto, era di arrestare il Duca di Orleans, di processarlo, di sciogliere l'assemblea, e mandare alla Bastiglia i 47 deputati nobili che eransi uniti al Terzo Stato, d'aggiungere a questi Mirabeau, un centinaio di deputati del Terzo, e fare occupar Parigi dal Maresciallo di Broglie e da trenta mila uomini.

Si prese un mezzo termine: si licenziò Necker, si nominò Foullon in sua vece, si fece intorno a Parigi una specie di cordone di reggimenti esteri, si mise il Royal Cravatte a Charenton Diesbach a Sevres Nassau a Versaille Salis Samnade a Issy, Diesten alla scuola militare, Estherazyi‑Roemer nei dintorni.

Si mandò un rinforzo di Svizzeri alla Bastiglia e si aspettò: questa era approviggionata di tanta polvere, per quanto basterebbe a far saltare in aria la metà dì Parigi, e avea i suoi cannoni, tirati in dietro sui bastioni fin dal 31 giugno, allungando il loro collo al di fuori dei merli.

Il 12 luglio a Parigi tutti ignoravano il licenziamento di Necker; aveasi di lui un'idea terribile; temeasi che, sapendo la sua dimissione, scendesse in piazza e vi facesse una rivoluzione; niente di più opposto alle sue intenzioni e sopra tutto al suo naturale. Era a tavola quando gli si partecipò l'ordine del Re, l'11 alle due dopo il mezzogiorno. Egli si contenne innanzi a' suoi convitati, ma quantunque rimpiangesse il suo ministero, parti dopo il pranzo, solo colla moglie, senza neppure avvertire la signora di Staél, sua figlia.

Vi sono dei giorni in cui il tempo annunzia l'uragano, in cui si respira un'aria pesante e carica di elettricità, in cui si sente che basta una scintilla per accendere la folgore ancora sopita.

Il 12 luglio era uno di questi giorni, alcune grida passavano come baleni.

Bonneville gridava: all'armi!

Marat gridava: Attenzione!

‑ All'armi chi? Contro l'esercito.

‑ Attenzione a chi? Alla Corte.

Il popolo aveva dunque due nemici, la Corte e l'esercito.

Svegliandosi, i Parigini avevano visto affissi in tutte le strade, grandi cartelli, nei quali in nome del Re, erano invitati a rimanersi in casa, e a non fare degli assembramenti.

Era questa una ragione per farli sortire e per farli assembrare.

Verso il mezzo giorno, questa notizia scoppia al Palazzo Reale:

Necker è stato licenziato.

Il Palazzo reale, come già è stato detto, senza sapere, nè come, nè perchè, era divenuto il centro dell'opinione pubblica.

Allora da questo centro esce ad un tratto l'ordine di chiudere gli spettacoli, di cessare i giuochi, di dare in fine alla città l'aspetto di un pubblico lutto.

Si accorre, si ammutinano, il Palazzo Reale s'ingombra, fra le grida di minaccia, un giovane esce dal Caffè di Foy, sale sopra una panca, sguaina con una mano la spada, con l'altra impugna la pistola e grida ‑ All'armi.

‑ Come si distingueranno gli amici dai nemici?

‑ Strappa una foglia di castagno, la mette al suo cappello.

‑ Alla coccarda verde.

Ognuno strappa una foglia ed imita il promotore, quasi ignoto, ma il cui nome comincia a passare di bocca in bocca.

E’ Camillo Desmoulins.

In quel momento, senza sapersi quali mani le agitano, le campane suonano.

la campana a martello.

All'armi! ripete Camillo Desmoulins.

Perchè all'armi?

Perchè i Tedeschi entrano questa sera in Parigi, risponde, così per caso, Camillo Desmoulins. E si slancia fuori del palazzo reale ove la insurrezione soffoca.

Essa si sparge nelle vie.

Un gruppo di cittadini irrompe nel magazzino di stampe di Curtius [*3] , vi prende il busto di Necker, e quello del Duca d'Orleans.

Si coprono questi busti di un crespo, si portano attraverso Parigi gridando: Viva l'Orleans, Viva Necker.

Viene la notte, si accendono delle torce, il corteggio prende un aspetto più fantastico e più terribile.

Al lume delle torce, veggonsi luccicare, nelle mani del corteggio, delle spade, delle scuri, e delle spistole.

Alla piazza Vendóme, dinanzi al palazzo degli Appaltatori Generali, si trova un picchetto di Dragoni di Noailles e un distaccamento del Royal Allemand.

I cavalieri, colle sciabole in alto, caricano la folla, rompono il busto di Necker, uccidono una guardia francese, disperdono la folla.

Due ore prima, una cosa simile era avvenuta alle Tuilleries.

Il Principe di Lambese avea caricata la folla coi suoi Dragoni, un uomo era stato stramazzato e calpestato dai cavalli, un vecchio colpito da un colpo di sciabola.

Corre voce che il vecchio sia stato ferito dalla mano stessa del Principe.

La folla smarrita si spande nelle strade gridando, all'assassino ‑ I tedeschi assassinano il popolo.

Un nucleo di guardie francesi, fuggite dalle caserme si forma, marcia contro i Tedeschi per vendicare il proprio commilitone, ucciso sulla piazza Vendóme; uccide tre Cavalieri sui boulevard.

Queste rappresaglie si compiono gridando: Vendetta.

Le guardie francesi, consegnate nelle loro caserme, seguitano a fuggirsene, si mischiano al popolo ed organizzano la resistenza.

Il loro uniforme popolare è salutato con acclamazioni dovunque apparisce.

Essi sì gettano nel Palazzo Reale ‑ il Palazzo reale è illuminato a giorno e fiammeggia.

Alle Il della sera si viene ad annunziare al Palazzo Reale che i Tedeschi ed i Dragoni si accalcano sulla piazza Luigi XV.

Le Guardie francesi si contano, esse sono all'incirca mille e duecento.

‑ Ai Dragoni, ai Tedeschi, gridano due o tre voci.

‑ Ai Dragoni ai Tedeschi, ripetono tutte le voci.

E, senza ufficiali, sospinte dal popolo che le accompagna, e che occorrendo combatterà con esse, le guardie francesi, si slanciano sulla Piazza Luigi XV.

La piazza Luigi XV è vuota; il signor Lambese si è ritirato pel Corso della Regina.

Il popolo saluta le Guardie francesi, col titolo di soldati della patria.

La mezzanotte scocca all'orologio delle Tuileries.

Nel tempo stesso scorgesi un chiarore d'incendii dalla parte delle Barriere.

E’, il popolo che brucia i posti di dogana.

Il sole del 13 luglio sorge.

Versailles è nella costernazione ; si sparge la voce che i signori di Bezenval e di Lambese sono stati obbligati a sgombrare Parigi.

Che le barriere sono bruciate, dal sobborgo S. Antoine al sobborgo S. Honoré.

Che dovunque avviene una lotta fra il popolo e la truppa ‑ il popolo è vincitore.

Arriva una lettera di Bezenval che conferma queste voci, che domanda degli ordini, e un piano di condotta da seguirsi.

Egli aspetta agl'lnvalidi, ove si è ritirato e fortificato.

Due ore dopo l'arrivo della lettera del sig. di Bezenval, si apprende che le comunicazioni sono interrote fra Versailles e Parigi, che le vetture non passano più le barriere, e che i pedoni ne sortono a stento.

La corte copre di truppe la strada di Versailles. Le Guardie del corpo sono in ordine di battaglia nell'atrio principale ‑ una batteria di difendere il ponte di Sevres.

Alle sei del mattino si sparge a Versailles la voce che centomila Parigini armati marciano contro il Re.

I Parigini non vi pensano ‑ hanno tutt'altro a fare.

Non è il popolo che ha bruciato le barriere, è una turba di uomini che non si sa d'onde esca, forse donde esce la schiuma che la tempesta fa risalire sulla sommità delle onde, e spinge alla riva.

Essi passano nelle strade con fiaccole e scuri ‑ rompono le porte di S. Lazare e della Force ‑ gridano

farina e pane.

Di minuto in minuto, questo pericolo, al quale nessuno si attendea, diventa più imminente ‑ quella truppa di banditi ha svaligiato i Lazaristi, accusati di nascondere il grano ‑ ha gettato i mobili dalle finestre, i libri, i quadri, ha sfondato le botti del vino nelle cantine.

Non si tratta più di difendersi contro i Tedeschi, ma contro di quella turba.

Tutte le botteghe si chiudono con la rapidità propria dei giorni di sommossa, quel vento che fa correre la popolazione spaventata come turbini di foglie secche, soffia nelle vie di Parigi ‑ la campana a martello squilla su tutt'i campanili della Capitale, da sembrar che le campane dondolino da sé sole ‑ Si capisce che un gran pericolo sovrasta all'esistenza comune.

Verso le 11 del mattino, il Comitato degli Elettori decreta la formazione di una guardia cittadina, per mantener l'ordine nella città.

Nell'apprendere questa decisione, ognuno corre a farsi inscrivere al palazzo municipale. I cittadini di ogni rango e di ogni età chiedono di essere iscritti come soldati della Patria.

Una donna distribuisce gratis migliaia di coccarde verdi. Da chi fatte? Non si sa.

Gli uscieri de'Tribunali, gli Studenti di Dritto, glìImpiegati dello Chatelet, gli Studenti di Chirurgia vengono ad offrire i loro servigi, questi servigi sono accettati, e questi volontari sono iscritti ; classificati, organizzati al medesimo istante.

Avevasi un esercito, non mancavano che le armi ed un Capo.

Se ne proposero tre: il Duca d'Aumont, il marchese della Salle, il marchese de La Fayette.

Nel tempo stesso, annunziavasi al palazzo di città, che due cittadini hanno scoperto al porto S. Nicola un battello carico di cinque mila libbre di polvere.

Si trasporta la presa al palazzo di città e si deposita nel cortile.

Appena questo annunzio è dato, nel cortile istesso ove è stata depositata la polvere, rimbomba un colpo di fucile.

Per miracolo il palazzo di città non va in aria.

Un elettore, l'abate Lefevre d'Ormesson, scende, trova che tutti fuggono, il colpo di fucile ha spaventato i più valorosi, le sole guardie municipali sono restate colle spade nude presso i barili.

 Si rotolano in un magazzino a volta, e s'incarica l'abate di farne la distribuzione ai soldati cittadini.

Il suo zucchetto servirà di misura.

Sopraggiunta la notte, l'abate vuole far cessare la terribile distribuzione e chiudere la porta; al momento in cui egli la spinge, un uomo passa il suo braccio armato di pistola nell'apertura della porta, e fa fuoco.

La palla non colpisce l'abate, il fuoco non s'apprende alla polvere.

L'Abate si coricò sui barili, capiva bene che se lasciava la polvere per soli dieci minuti avverrebbe qualche grave sciagura.

Alle 11 della sera, una turba di uomini ubriachi sfonda la porta e chiede della polvere: colui che li guida porta in bocca la sua pipa accesa.

L'abate vuole strappargli la pipa dalla bocca, l'uomo non vuol farsela prendere, l'abate se la compra per una lira, e la getta nel cortile quanto più può lontano.

L'assemblea nazionale è stata durante il giorno prevenuta di quanto avviene a Parigi, e si è dichiarata in permanenza.

Un cittadino ha fatto osservare che il verde è il colore del Conte d'Artois, e che per conseguenza il popolo non può portare i colori di un principe.

I colori rosso ed azzurro sono sostituiti al colore verde.

Più tardi, Lafayette, aggiungendovi il bianco, creerà la coccarda tricolore.

Durante il giorno, il sig. di Flesselles, prevosto dei mercanti, ha ricevuto contemporaneamente dal Re l'ordine di recarsi a Versaille, dal popolo l'ordine di recarsi al palazzo municipale.

Ubbidisce al popolo, va al palazzo municipale, ove è molto acclamato.

Gli si domandarono dei fucili, egli li promise per dopo‑ il mezzogiorno.

In attesa dei fucili si dà l'ordine di fabbricare 50,000 picche.

Queste picche sì fabbricano sulle pubbliche piazze. Parigi offriva un meraviglioso spettacolo, parea un immenso cratere in cui sobbolliva la lava delle rivoluzioni.

Sulla piazza di Grève un immenso rogo composto di carrozze prese a quelli che già chiamavansi i nemici, e fre le quali era quella del sig. di Lambese, rischiarava di una luce tremolante, le tetre torri di Notre Dame che pareano vacillare sulle loro basi_Dovunque si sentiva il rumore dei martelli, e dei ferri infuocati che passavano dalle fucine alle incudini dappertutto si vedeano le scintille slanciandosi in fasci intorno ad un esercito di cielopi.

Nelle strade, passeggiate strane terribili, minacciose d'uomini armati di scuri e di falci, poi dominando tutto ciò, la voce lugubre, lamentevole stridula, della campana a martello. Il grido all'armi al quale rispondevano clamori incompresi più formidabili delle minacce articolate

La sera del 13 Parigi si coricò con l'unica intenzione di difendersi.

Il domani 14 si levò con la volontà di attaccare.

Il 14 luglio comparve, sereno, luminoso, terribile: sembrava che allo spuntar dell'aurora una voce avesse gridato su Parigi:

‑ Alla Bastiglia.

‑ Cento mila voci ripeterono questa parola insensata: alla Bastiglia.

Infatti, per un popolo senza armi, senza artiglieria la Bastiglia era imprendibile.

Sì procurarono le armi, trentamila fucili era stato gridato durante la notte, erano depositati agl'Invalidi.

Il mattino, cinquanta mila uomini rompono i cancelli e si impadroniscono dei fucili.

E allora, da ogni parte, non si sentì più che questo immenso coro.

Alla Bastiglia.

Da cinque secoli il vecchio edifizio di Carlo V pesava sul petto della Francia, come la rupe infernale sulle spalle di Sisifo.

Soltanto, meno presuntuosa del Titano, la Francia non aveva mai tentato di sollevarla.

Era l'emblema del dispotismo, era il simbolo vivente della schiavitù.

La Bastiglia!.... da cinque secoli, questa parola era il terrore dei Parigini.

Una volta rinchiusi nella Bastiglia erasi dimenticato, sequestrato, sepolto, annientato.

La morte lascia la speranza della risurrezione.

La Bastiglia non lasciava altra speranza che la morte.

Una volta che erasi alla Bastiglia, vi si restava fino a quando il Re si ricordasse di voi; e i Re devono sempre pensare a tante cose nuove, che non fa meraviglia se dimenticano le cose vecchie.

Non eravi in Francia una sola Bastiglia, vi erano venti Bastiglie che si chiamavano: il forte Leveque, S. Lazare. le Chatelet, la Conciergerie, Vincennes, il Castello di Laroche, il Castello d'If, le Isole S. Marguerite, Pigneroles, etc.

Solo la fortezza della porta S. Antoine chiamavasi la Bastiglia, come a Roma la Prigione Mamertina chiamavasi la Prigione.

La Bastiglia della Porta S. Antoìne era la Bastiglia per eccellenza, essa solo valeva quanto tutte le altre Bastiglie.

A questa riannodavansi le più lugubri tradizioni.

Le istorie della Maschera di ferro, e di Latude, vegliavano come due fantasmi ai due lati delle porte della Bastiglia.

Il popolo ne aveva fatto una cosa vivente, un mostro simile ad uno di quelle tarasques gigantesche, a una di quelle bestie colossali del Gevaudan, che divorano gli uomini inesorabilmente.

Cosicchè, al grido: alla Bastiglia, un brivido elettrico corse pel corpo di tutti.

Si precipitarono verso il gigante di pietra.

La Bastiglia aveva sui suoi terrazzi quindici pezzi di cannone, tre pezzi di campagna nel cortile, rimpetto la porta di entrata.

Dodici fucili da bastione chiamati les Amusettes del Conte di Sassonia.

La Bastiglia aveva duecento cinquanta barili di polvere, ognuno dei quali pesava centoventicinque libbre; proiettili in proporzione.

Fin dalle dieci il sig. De Launay, suo governatore, avea fatto trasportare sulle torri, sei vetture, sei carri di pietre, di ferracci, e di palle che non erano di calibro per gettarli dall'alto dei terrazzi sulla testa degli assalitori.

Alle otto del mattino, facevasi questo formidabile rapporto a Luigi XVI e a Maria Antonietta, e soggiungevasi che de Launay aveva giurato di far saltare in aria se e là Bastiglia, con la metà di Parigi, anzichè rendersi.

Alle sette di sera ‑ il sig. di Noailles coverto di sudore e di polvere entrava di galoppo sopra un cavallo tutto schiumante nel 'cortile dì Versafilles grìdando ; la Bastiglia è presa.

Dietro di lui, giunse non meno spaventato' il signor di Wimpfen.

Il governatore è stato ucciso. Flesseles è stato ucciso ed è mancato poco che egli non fosse stato ucciso con

essi.

 Il Re, la Regina, i Principi, i cortigiani furono annientati.

La Bastiglia era una parte del potere regio- instrumentum regni ‑ come dice Tacito.

Cosicchè, quando due giorni dopo, si annunziò al Re che il Municipio avea, deciso che la Bastiglia fosse demolita, egli, che ha tutto sopportato, esclama:

Ah! questo poi è troppo.

Egli la sentiva bene la monarchia era scossa fin dalle fondamenta.

Cosicchè a quest'ultima notizia il terrore si sparge a Versailles ‑ il Conte d'Artois fugge ‑ Il Principe di Condé fugge ‑ la stessa Madama di Polignac, la prediletta della regina, ancor essa _fugge.

Ecco le notizie che, siccome dicemmo, giungevano alla corte di Napoli, corroborate da nuovi assassinii

quelli di Foullon e Berthier.

E tutte queste cose che sembravano impossibili a Carolina e al Re Ferdinando, sono state consacrate dal Re Luigi XVI, che è andato in mezzo a quell'assemblea che voleva sciogliere dicendo ‑ Mi affido a voi; che è andato a quel Parigi che egli voleva bruciare, e al quale Bailly ha detto presentandogli le chiavi della città:

‑ Sire, sono le stesse chiavi che furono offerte ad Enrico IV. Quel giorno egli aveva riconquistato il suo popolo: oggi, è il popolo che ha riconquistato il suo Re.

In fine, cosa più incredibile ancora, il Re ha smesso i colori dei suoi antenati, ha rinnegato le bandiere dovrò e di Denain, e, al posto della coccarda bianca ha messo sul suo cappello la coccarda tricolore, cioè il simbolo visibile della rivoluzione.

Ci siamo forse un poco dilungati sugli avvenimenti che hanno prodotta la rivoluzione francese e su' primi avvenimenti di questa rivoluzione, a causa dell'incontestabile influenza che questi avvenimenti avranno sulla rivoluzione napoletana, la quale, in certo modo, non è che una florescenza della rivoluzione francese, quantunque una sia scoppiata quando l'altra era presso al suo termine.

Ci è dunque sembrato impossibile il continuare il nostro racconto, senza farvi entrare questa intercalazione che spiegherà i cambiamenti che avvennero non solo nella politica del Regno delle due Sicilie, ma benanco nel carattere del suo Re.

Ed infatti in Ferdinando vi sono due uomini ben distinti, quello che abbiamo conosciuto fino ad ora, e quello che vedremo comparire e svilupparsi.

 

 

 

 

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 [*1]  Michelet, Prefazione della Rivoluzione Francese.

 [*2]    Parole testuali di Mirabeau.

 

 [*3]  Curtius era un celebre modellatore di cera, nel laboratorio del qnale si entrava mediante pagamento per vedere la serie di tutti gli uomini illustri dell'antichità e dei tempi moderni.