Vincenzo Cuoco

SAGGIO STORICO

SULLA

RIVOLUZIONE DI NAPOLI

XLI

 

COSTITUZIONE - ALTRE LEGGI

 

Tali erano le idee del popolo. Le cure della repubblica erano ormai divise da che si eran divisi i poteri; e la commissione legislativa, sgravata dalle cure del governo, si era tutta occupata della costituzione, il di cui progetto, formato dal nostro Pagano, era giá compíto. Ma di questo si dará giudizio altrove, come di cosa che, non essendosi né pubblicata né eseguita, niuna parte occupa negli avvenimenti della nostra repubblica.

Altri bisogni piú urgenti richiamavano l'attenzione della commissione legislativa.

Volle occuparsi a riparare al disordine dei banchi. Fin dai primi giorni della rivoluzione, la prima cura del governo fu di rassicurare la nazione, incerta ed agitata per la sorte del debito dei banchi, da cui pendeva la sorte di un terzo della nazione. Un tal debito fu dichiarato debito nazionale. Tale operazione fu da taluni lodata, da altri biasimata, secondo che si riguardava piú il vantaggio o la difficoltá dell'impresa: tutti però convenivano che una semplice promessa potea tutt'al piú calmare per un momento la nazione, ma che essa sarebbe poi divenuta doppiamente pericolosa, quando non si fossero ritrovati i mezzi di adempirla. Allora tutta la vergogna e l'odiositá di un fallimento sarebbe ricaduta sul nuovo governo, e si sarebbe intanto perduto il solo momento favorevole, quale era quello di una rivoluzione, in cui la colpa e l'odio del male si avrebbe potuto rivolgere contro il re fuggito, e gli uomini l'avrebbero piú pazientemente tollerato, come uno di quegli avvenimenti inseparabili dal rovescio di un impero, effetto piú del corso irresistibile delle cose che della scelleraggine de' governanti. Cosí il governo non fece allora che una promessa, e rimaneva ancora a far la legge.

Ma, quando volle occuparsi della legge, non era forse il tempo opportuno. La nazione era oppressa da mille mali, le opinioni erano vacillanti, tutto era inquietezza ed agitazione. In tale stato di cose il far delle leggi utili e forti è ottimo consiglio: sgravasi cosí la somma de' mali che opprimono il popolo e si scema il motivo del malcontento; il farne delle inutili e delle inefficaci è pericoloso, perché al malcontento, che giá si soffre per il male, l'inutilitá del rimedio aggiunge la disperazione. Se non potete fare il bene, non fate nulla: il popolo si lagnerá del male e non del medico.

La commissione legislativa altro non fece (e, per dire il vero, allora che potea far di piú?) che rinnovare per i beni, ch'eran divenuti nazionali, quella ipoteca che giá il re avea accordata sugli stessi beni, quando erano regi. Gli esempi passati poteano far comprendere che questa operazione sola era inutile. Questi beni non poteano mai esser in commercio, perché riuniti in masse immense in pochi punti del territorio napolitano; ed i possessori delle carte monetate erano molti, divisi in tutt'i punti e non voleano fare acquisti immensi e lontani. Quando furono esposti in vendita, in tempo del re, i fondi ecclesiastici, i quali non aveano questo inconveniente, si ritrovarono piú facilmente i compratori. Si aggiungeva a ciò l'incertezza della durata della repubblica, la quale alienava maggiormente gli animi dei compratori; l'incertezza della sorte dei beni che davansi in ipoteca, quasi contesi tra la nazione ed il francese: per eseguir le vendite in tanti pericoli, conveniva offerire ai compratori vantaggi immensi, e cosí tutt'i fondi nazionali non sarebbero stati sufficienti a soddisfare una picciola parte del debito pubblico(50).

Il debito nazionale in Napoli non era tale che non si avesse potuto soddisfare. Era piú incomodo che gravoso. Conveniva una piú regolata amministrazione, e questa vi fu(51): infatti, in cinque mesi di repubblica, il governo, colle rendite di sole due province, tolse dalla circolazione un milione e mezzo di carte. Con tanta moralitá nel governo, si potea far quasi a meno della legge per un male che si avrebbe potuto forsi guarire col solo fatto, e che si sarebbe guarito senza dubbio, se le circostanze interne ed esterne della nazione fossero state meno infelici. Ma conveniva, nel tempo istesso, che tutta la nazione avesse soddisfatto il debito nazionale; conveniva che questo debito avesse toccato la nazione in tutt'i punti; e, dove prima gravitava solo sulla circolazione, si fosse sofferto in parte dall'agricoltura e dalla proprietá: cosí il debito, diviso in tanti, diveniva leggiero a ciascuno.

La nazione napolitana è una nazione agricola. In tali nazioni la circolazione è sempre piú languida che nelle nazioni manifatturiere o commercianti; ed il danaro, o presto o tardi, va a colare, senza ritorno, nelle mani dei possessori dei fondi. Difatti in Napoli, e specialmente nelle province, non mancava il danaro: ma questo danaro era accumulato in poche mani, mentreché per la circolazione non vi erano che carte. Conveniva attivare tutta la nazione, ed offerire ai proprietari di fondi delle occasioni di spendere quel danaro che tenevano inutilmente accumulato. Conveniva... Ma io non iscrivo un trattato di finanze: scrivo solo ciò che può far conoscere la mia nazione.

 

 

 

 

 

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(50) Cosa ha ritratto la Francia dalle vendite dei suoi immensi beni nazionali? Quale orribile dissipazione ho visto io stesso! A quali mani la salute pubblica è stata affidata! Questa infelice risorsa, a cui un governo possa ridursi, è sempre inutile. Un governo deve vendere i fondi nazionali (perché non deve averne), ma deve venderli ne' tempi ne' quali non ha bisogno; allora, se non trova compratori, deve anche donarli.

(51) Questo è il trionfo de' nostri governanti. Sfido ogni altra nazione ad opporre un tratto di eguale moralitá ed economia! Il re con tredici province, in tempi tranquilli, coll'onnipotenza nelle mani, che non avrebbe mai potuto fare? E che ha fatto? Questo è il trionfo della nostra causa.