LIBERTA' 
EGUAGLIANZA

VEDITORE REPUBBLICANO

Aut videt, aut vidisse putat.

Virg.                 


Num. 3
Ragione dell'opera
Certum voto pete finem

Horat.

Sarebbe strano, e fuor di natura, che le cose fatte dagli uomini, e che da loro dipendono, fossero migliori degli uomini stessi. L'umor di questi, e la rea, o buona qualità si muove al di fuori, e trapela in tutti gli esseri anche inanimati, che li circondano. Una pianta venenosa in un campo atto alle biade, una terra lacunosa, e morta quando alla produzione, un aere viscoso, spesso, e corrotto accusano o la solitudine, o la vicinità di barbari abitatori. La moderna Roma essendo circondata da tutti questi vizi di terra, e d'aere renderebbe palese la barbara stupidità, ed inerzia de' suoi abitanti ad un occhio avveduto, e ricercatore. Ma non è molto, che la nebbia del Tevere offuscava ogni vista più chiara. Oltreché pochi sono ancora, cui non riesca nuovo ed astruso il chiaririsi dell'adotto principio. Ma noi scriviamo a questi pochi; e ne li invitiamo a voler dar mano alla scure, ed alla face insieme per troncare, ed ardere la selva di tanti errori, all'ombra di cui eravam giaciuti marcendo, e corrompendoci l'un l'altro a guisa del fimo, che ne' cumuli adunato vie maggiormente si putrefà. Noi isvolgeremo, per quanto si potrà da noi, questo fimo, e a tal fine impreso abbiamo questo lavoro giornale. Ogni dì noi siamo intesi ad esso: ogni dì ci adoperiamo con quella fatica, che per noi si può maggiore, di sgombrare quest'immenso fimo di vizj, e di errori, di cui sì è caricato per più di diciassette secoli questo suolo. Noi ogni dì cerchiamo di rimondarne quella parte, che manda più lezzo per essere stata in alcun modo commossa e ne' pubblici; o ne' privati affari. Ogni decadì poi manifestiamo quello che ci ha tenuti occupati per lo spazio dei giorni passati. E' sempre l'argomento, che noi imprendiamo a trattare corrispondente al bisogno del tempo. Perciocchè veramente noi pensiamo, che le novelle, che tutto 'l dì corrono per Napoli pervenutevi dalle parti superiori d'Italia, e calate quà giù, non sia necessario di ripercuoterle co' nostri fogli, e rimandarle nuovamente invilluppate di quattro ciancie delle nostre alla sempre tolerante Italia. Si cessi una volta per dio di far l'eco. Comincisi a travagliar colla mente, studiando non meno sopra tutto quello, che abbiamo, che sopra quel molto, che ci manca. Noi veggiamo una cosa straordinaria, ed è, che i Gazettisti, i quali ebber tal nome per l'imitar, che facevano le gaze, le quali replicano insensatamente ciò, che odono, ora si brigano essi pure d'istruzione pubblica, al meglio, che possono. Il nostro scopo non è d'istruire così tosto gli uomini, ma di cercare come, dove, in che parte, e per quali vie sia necessario d'istruirli. La prima difficoltà, che mi corre all'animo è qual abbia ad esser l'istruzion propria de' repubblicani. E' mai venuto ad alcuno in animo, come pur venne a Socrate, che la virtù sia una scienza? Eppur scienza è daddovero, e delle più sublimi, poiché veggiamo, che molti ajutandosi colla sola volontà, non sanno usare la virtù medesima, nè dar saggio d'essa, fuorché in certa direi quasi lor naturale sterilità di vizj. E in questa ripongono la virile, e poderosa forza d'un animo temperato e ben accorto, che virtù fu detto da' ì nostri aviAlzan la voce contra il vizio, e declamano, come un animale, che si avventa, ed urla contra colui che l'abbia offeso, o percosso. Qual scienza vi è in quel animale, o in cotesti declamatori, che urlano similmente percossi. Vorrei inoltre, che pensassero cotesti uomini virtuosi, che sotto un governo tirannico s'ammollisce ogni virtù per grande che si vanti d'essere. Anzi pensino, e si riccordino, che la mollezza stessa passa, e si conta per virtù sotto il governo d'un solo. Non vi sia dunque niuno, che si creda avere portato seco nell'entrar che ha fatto alla democrazia, virtù sufficiente a tal condizione di vita. Io imagino lo stordimento, che avrebbe un Ateniese, o alcun di que' primi Romani o alcun severo Sannita, che udisse taluni di noi parlare di libertà, e di principj repubblicani: taluni dico dei buoni, e de'virtuosi cittadini. Io imagino lo stordimento di quelli antichi udendo, come questi tutto dalle leggi aspettano, e vogliono, che le leggi formino i costumi, e lo spirito repubblicano d'ognuno. Noi siamo d'avviso al tutto contrario, e crediamo, che lo spirito e i costumi de' particolari eccitano co' loro desiderj, maturano, e fanno in fine le buone leggi. Deh perché ci avventiamo coll'unghie adosso al nostro Governo Provvisorio? Se noi discopriamo i loro vizj, e gridiamo, e strepitiamo contro a loro, facciam noi per questo onore a noi stessi? Da qual suolo, da qual nazione sono essi stati presi, e posti a governo? E da ricordarsi, che buoni, o rei, nostri sono, e che rappresentano in grande quello, che facevano, e che valevano da privati.

Noi privati dunque dobbiam essere scopo della censura, dell'istruzione e degli avvertimenti di coloro, che veramente sono intesi al ben pubblico. Noi privati da noi stessi dobbiam esiggere una vita degna d'un pubblico magistrato. Noi nella privata nostra quiete assueffar ci dobbiamo alle cure del governo; meditarne, e studiarne le diverse parti nel tempo, che oziosi siamo, e privati. Sia questo dunque il tempo, e lo scopo dell'istruzione republicana. Nè dobbiamo pensare di potercene render capaci per lo stesso esercizio delle cariche, e di fare essendo occupati ciò, che disoccupati non osammo tentare. Forse la virtù all'improvviso entra m colui, che sia nominato per governar la repubblica. Noi lasciamo la libertà d'esser viziosi a privati Cittadini; la togliam poi a' magistrati, e neghiam loro, o rimproveriamo l'usar di fascie superbe, di ricami in oro, di onorevoli piume, e di altri segni fastosi del loro grado. Ma se non si svelle in prima del petto de' cittadini la stima, che finora han usato fare di simili cosuccie; se non si semina nella società il seme della virtù, onde nascano uomini grandi pronti a'bisogni della repubblica, non dobbiamo se non lodare que' mezzi, coi quali si inviluppano, e si sottraggono alla nostra osservazione, e vilipendio alcuni de' presenti magistrati. A forse l'egoismo, l'ambizione, la venalità, la ferninil timidezza una veste, che volendolaci tor daddosso, la possiamo in un momento cambiare, e pigliarne una tutta nuova a piacer nostro? Ben io vedete, che ciò è impossibile. Lasciam dunque per dio una volta in pace, e quiete coloro, che già sono all'esercizio d'alcun magistratura. Volgiamci a noi stessi: a noi diriggiamo quegli avvisi, che poc'anzi altrui donavamo. Deh possa oggimai ciascun cittadino dir all'amico con verità della sua famiglia in confronto de' vizj, che udirà in altrui notare

Domus hac nec purior ulla,
Nec magis his aliena malis.

A ...

Pensieri intorno al modo di nominare le strade

Articolo Secondo

Io non so a chi parer possa cosa lieta, e piacevole il nome, che hanno alcune vie dette dei tre Re, delle tre Regine, del pidocchio, del pulce, ed altri sì fatti, che spiegano la viltà, e la bassezza del popolo nel governo monarchico. Non so similmente a chi parer debba leggiadra cosa l'impor ai castelli, e fortezze nomi presi da monaci, che là presso abbiano un lor palagio edificato. Pur monacali sono i presenti nomi di due castelli, tutti due degnissimi d'altra distintiva. Fu l'un di questi la prima stanza della libertà per essere stato valorosamente occupato da parecchi giovani nel tempo stesso, che la città era corsa, ed insanguinata per tutto dai Lazzaroni. Il secondo poi, di cui parliamo, fu l'ultimo di tutti i castelli ad arrendersi dopo una ostinata difesa. Un altro castello, detto oggi Castel nuovo, eppure è molto vecchio, fu il luogo, onde si trassero, come da una fucina le armi dell'anarchia, o per dir meglio quelle del furore, che parve fosse stato quivi ristretto, e chiuso da prima, e che allora infrante le catene isboccasse per la città. Col solo cangiamento de' nomi si renderà chiara la storia della nostra libertà, e si comincierà a balbettar dagli stessi bambini cogli altri elementi della lingua. Ricerchiamo pertanto pur tutti que'luoghi, dove alcun fatto avenne o tristo, o lieto per noi. Ergasi quivi una memoria, che il ricordi alla posterità non con altro dispendio, che d'un nome. Le porte per cui entrò a noi la giocondità, la libertà, l'eguaglianza, potrebbono, se altrui così paresse, tener il nome di queste. Gli antichi intenti ad accrescere per ogni via la popolazione, della quale grande stima abbiam cominciato a fare anche noi moderni, sopra le porte della città ergeano la forma diritta d'un priapo. Il che fecero affine, com'io credo, di commuovere frequentemente l'imaginazione, ed eccitare, e stimolar quelle sorgenti, onde la popolazione per interna forza senza ricevimento di forestieri s'accresce. Le Porte all'incontrario della nostra città con de' nomi pur monacali non so dire se al celibato, o se piuttosto a puttaneggiare ne invitino. Niente vi era di più profano, che un teatro di Musica e di Ballo fra noi; eppure si voleva un S. Carlo ispettore dì cotal luogo. Si cessi oggìmai di mescolar il mistero, e la religione sacrosanta col fango delle cose profane. Rientrino i nomi religiosi ne' tempj cristiani, che son pure a guardia loro istituiti. Deh tolgasi la profanazione da nostri occhi! Finché le madonne, ed i santi si vedevano e si nominavano in luoghi di riverenza, erane assai pìù onorata la religione. Si levino dunque di mezzo all'indecenza quei santi nomi, che stimolar ci dovriamo a un certo sacro orrore, ed essere discretamente, e si rade volte proferiti. Non per questo vi sottentri la lascivia; ma tra la inurbana lascivia, e la divinità della religione corrasi la via di quelle virtù mezzane, delle quali abbondarono gli antichi. La gloria, l'amicizia, il coraggio, l'industria, non sono le strade del Paradiso, ma sono a mio giudizio le strade, che ne guidano alla felicità di questa terra. E quì non posso dissimulare una strana maraviglia, che ho d'un pensiero, che venne in capo ad un sommo uomo, il quale è S. Tomaso d'Acquino. Questi facendo il censo delle virtù cristiane, e trovandele forse poche, e scarse, ne volle accrescere il numero consultandosi forse coll'umor de' suoi monaci. E dove uno penserebbe, che posto vi avesse una virtù utile per lo meno dall'umana felicità, egli ve ne pose una sterile d'ogni bene, ch'è la buffoneria, o sia eutrapelia secondo il nome greco, ch'ei le dà. Nè solo è sterile di bene; ma si gode, e si pasce del male altrui, deformando gli uomini, e schernendoli, per mettere in festa, e far soridere i maligni. Virtù saria questa de' satiri i quali secondo il buon Parny, esistono in mezzo a noi ammantellati, e incappucciati per beffarsi così di sopiatto, e farsi men riconoscere. Quando per noi si volesse pur dar un luogo alla buffoneria si dovrebbe rilegare a casa degli aristocratici, o alla via del tribunale, o al più al Teatro Nazionale di Giancola, cui saria pur meglio forse nominar delle Atellane. Intanto rispetto alle strade principali della Città, dove non ne somministrasse alcun nome storico la serie degli avvenimenti finora chiari della rivoluzione, loro s'avrebbe ad impor il nome da quelle mezzane virtù, che ne conducono in grembo, e donano la felicità. Queste virtù, ovvero qualità, e condizioni d'animo necessarie all'onesto e lieto vivere erano ignote, o se non ignote, obbliate la più parte sotto il governo di ferro, da cui ci siamo ultimamente a questi dì sollevati. E non erano solo ignote dal corrotto e vil popolaccio; ma a coloro altresì, che letterati erano. 0 erane per lo meno la commune intelligenza di queste virtù posposta alla fina intelligenza de' vizj. Ne io per me saprei quì darne un ottimo conto. Ma ne vò così alla rinfusa nominare alcune, ed altri ne sapranno dir delle altre, e porle ordinatamente sebbene ciò nulla giova a questo nostro proposito: Sieno adunque le virtù, o effetti di virtù queste, che quì poniamo: LA FORTUNA, IL BUON SUCCESSO, IL TRIONFO, LA VITTORIA, LA SPERANZA, LA FERTILITA IL PIACERE, LA FECONDITA LA iLARiTA LA sicuREzZA, LA FELICITA, IL VALORE, LA LIBERTA LA GLORIA, LA TRANQUILLiTA, L'ONORE, LA PRUDENZA LA FEDE, LA CONCORDIA, LA PUDICIZIA, IL SILENZIO, LA PACE, LA MAGNANlMITA, LA VIGILANZA, LA GRAZIA L'AMORE, L'OSPITALITA, LA INNOCENZA, LA FRUGALITA, LA SEMPLICITA, IL DECORO. E questi nomi sieno variati per degli aggiunti diversi, che spieghino gli accidenti del genere compreso nell'astratto. Sia per esempio LA VIGILANZA PUBLICA, o DOMESTICA, LA FORTUNA LIBERATRICE, LA SICUREZZA COMMUNE, LA SEMPLICITA, o LA CONCORDIA PUBLICA, o DOMESTICA. E così forminsi pur altre denominazioni, che per un sol nome non mostrano alcuna forma di virtù. Di questa maniera sono la SOVRANITA DEL POPOLO, IL GIURAMENTEO CIVICO, la MAESTA PATERNA, LA GIOVENTU SAGGIA, LA FORTE VECCHIEZZA, ed altro: e quì sopra tutto è da riccordare il gran patto, che accozzò insieme i nostri avi, e lega noi con vicendevoli dritti, e obbligazioni. Contentiamoci non potendo ora fare maggior cosa di consecrare col suo nome la più bella, la più grande, e la meglio frequentata strada, che in Napoli sia. Spegniamo la fama d'un Vicere', di Pietro Toledo, onde è presentemente distinta: e sia d'ora innanzi chiamata per noi LA STRADA DEL GRAN PATTO.

Sarà continuato
A ...

Agl'italiani

La rivoluzione di Toscana ha finalmente deciso del destino d'Italia. Il Gran Duca ha subito la solita fortuna dei principi deboli; egli è passato in Vienna, dove potrà restare ancor qualche mese. L'ultimo usurpatore della libertà Romana è stato condotto in Briançon in Francia, dove lontano dall'ambizione chiuderà tranquillamente i suoi lunghi giorni. Tutti i Tiranni son dunque sgombrati d'Italia, ed ella dopo tanti secoli vede riaperto innanzi a lei l'arringo d'onore, in cui con tanta gloria figurarono gli avi suoi. Pende tuttavia indecisa la sorte del Piemonte, circa la sua pertinenza, ma tutti sperano che la generosità della Francia non vorrà smembrar dall'Italia questa porzione così interessante. Intanto, Italiani, ricordiamoci che le infinite nostre divisioni sono l'origine della nostra debolezza; riuniamoci dunque per tender tutti ad un segno medesimo, tanto maggiormente che gl'interessi nostri sono comuni, e comuni son gl'inimici. Rinunciamo fin'anche ai nomi, che ci distinguono; non s'odan più Svizzeri, Piemontesi, Lombardi, Veneti, Liguri, Toscani, Romani, Napoletani, chiamiamoci tutti solamente Italiani, è questo il nome, che fece morder la polvere a tanti barbari, e che fece tremare il Parto, e lo Scita. Si mandino in oblio le personalità, si riconoscano i talenti superiori di coloro, che ne hanno, e si usino per lo ben publico, vi sia più legame, e più fiducia scambievole, si bandisca il mal fondato sospetto, e la invidia turpe, in fine si apprezzi ogni cittadino per quanto vale. Stringiamoci sopra tutto con gli rappresentanti della Sovranità nostra; che lo straniero non sospetti dissunione fra d'essi, e noi, da un tal sospetto potrebbero derivarne infinite calamità. Perdoniam. loro gli errori piccoli di dettaglio, essi son uomini e purché nei grandi oggetti difendano con energia la Nazione, sosteniamli colle nostre vite, e coi nostri pugnali; pronti sempre però a ritorcerli nei loro petti quante volte li troverem traditori. Ah! sì, pera l'infame, che vuol tradire la patria, si perda la sua memoria, o si conservi sol per obrobrio, e perché i posteri stian sempre in guardia contro a chi. vorrà somigliarli. Italia se le rivoluzioni, che ti han messo a portata d'esser libera a, ti hanno nel tempo stesso spogliata delle tue statue, delle tue pitture, de' tuoi diamati, del tuo denaro, tu non devi onorare del tuo dolor questa perdita. Ricordati piuttosto che tu fosti vinta dalle vittorie che riportasti in Grecia e che i Greci l'erano stati dalle loro su i Persi. Cedi con piacere questi doni a chi gli desidera. Tu non devi essere più molle, e lo saresti sempre con la tua ricchezza. Il fato propizio ecco ti dona la povertà, sia questa, che ti strascini a forza sul camino della virtù, e della gloria. Tu non morirai d'inopia, giacché il tuo suolo a cui ora sei costretta a rivolgerti con più fervore, ti fornirà largamente i mezzi, onde sussistere; e cambiandone gli esuberanti prodotti collo straniero, tu avrai anche il denaro per sostener le tue guerre, e non farle a spese, e ad intiero carico dei vinti, come già fecero i Velsci, i Vandali, gli Unni, e tutte le orde dei Barbari, che inondarono tante volte, e distrussero queste tue belle contrade. L'aratro, e la spada, ecco i garanti della futura tua sicurezza. Noi col volger dei lustri, ma pria di morire, speriamo di riveder fra noi risorti i Cincinnati lasciare il primo per impugnar la seconda. Ricordati che senza armi non può esservi libertà; guarda il pugnale sotto al beretto di Bruto tuo figlio; armati dunque, e ponti in istato di non abbisognare delle armi straniere. Intanto i bravi Francesi, i distruttori d'ogni tirannide, i propagatori della libertà te bambina condurranno per mano, e veglieranno sopra di te per eludere i tentativi dei Despoti, che si mordono il dito, né si persuadono ancora d'averti irreparabilmente perduta. La Francia conosce gl'interessi tuoi, essa è generosa, nè avrà certamente fatto spargere il sangue a' figli suoi per renderti libera solo di nome, senza farti sentire i benefici effetti dell'acquistata libertà. Speriamo dunque sotto la sua tutela di veder riunita l'Italia, è questo il voto dei buoni Italiani, e sarà questo il principio della nostra felicità.

m ...

Seguito delle congiure

Fieschi espose i torti del vecchio, e del giovine Doria. Andrea, dopo un corso di vita troppo glorioso per un Repubblicano, era finalmente reso nullo dalla vecchiaja, egli aveva rifiutato il nome di Principe, ma ne riteneva sempre l'autorità, e la forza; Giannettino aveva più ambizion dello Zio, senza averne alcuna virtù, era anzi pieno di tutti i vizj i più sordidi, e sotto al servaggio di costui si correva a gran passi. Esortò quindi gli ascoltanti, già divenuti congiurati, ad ucciderli entrambi, e ad acquistare colla libertà della patria un nome, che h renderebbe immortali. Chi poteva resistere a Fieschi? I congiurati sboccaron dal chiuso, il popolo si unì con loro al suono del nome sacro dì libertà, ed a quello di Fieschi amato da lui; Giannettino Doria destatosi al romore, e supponendo che venisse dai Marinari, uscì di casa per condorsi al porto, e fu ucciso dai Congiurati a porta S. Tomaso; i Senatori ebbero il coraggio di unirsi, ma dopo varj progetti mandarono i Deputati a Gian Luigi Fieschi per attenderne la legge. Tutto pareva che arridesse al felice successo della congiura, ma nel mandarne ad effetto l'essecuzione arrivò da una parte l'impensato accidente della morte di Gian?Luigi Fieschi, dall'altra l'errore d'aver fatto fuggire Andrea Doria. Fieschi s'era sommerso nel voler frettolosamente passare sopra una galera; la di lui morte non era nota che a pochi congiurati, quando fu palesata della imprudente risposta di Girolamo Fieschi, fratello del morto, ai Senatori, che avendoli domandato dove fosse il Duca di Lavagna, egli rispose = io lo sono ora, e con me dovete trattare =; i Senatori mutarono linguaggio all'istante con infinito talento, e i congiurati accorgendosi, ch'era spento l'astro che regolava i loro passi, gittarono le armi. Tutto fu calma in poche ore, ed Andrea Doria ritornò la mattina in Città. P? da osservarsi che in questa congiura il secreto ammirabile, che n'era l'anima, servì nel tempo stesso a disastrarla; giacchè, morto il capo, i congiurati, che ne ignoravano l'ordine, furon costretti ad abbandonarne l'impresa. Trovandoci a ragionar di congiure, ci convien dir qualche cosa dell'ultima nostra, avvalendoci delle notizie, che ne teniamo da uno dei capi di quella. La Francia aveva già dato all'Europa l'esempio d'erigersi in Repubblica Democratica; ella dopo di aver dibattuti per due anni gl'interessi della Nazione in una grande dieta, ne aveva riconosciuto la necessità, ed aveva giuridicamente condannati al patibolo i suoi Despoti. L'esempio era grande, ma per esser'imitato da un'altra Nazione bisognava che vi concorressero le stesse circostanze, e l'istessa forza. I fervidi Napoletani, impazienti di giogo furono i primi in Italia a sentirsi mossi da una nobile emulazione, ma mentre tendevano allo stesso fine, eran costretti dalla loro debolezza a battere un'altra strada, questa era quella delle congiure. Nell'autunno dell'anno 1792 , fu inventata, ed instituita la Società Patriotica Napoletana degli stessi Nazionali, senza alcuna influenza di Nazione straniera. Il piano dell'ordine della medesima era in sezioni, tutte riunite per mezzo di Deputati, e questi anche divisi in altre sezioni, che andavano finalmente a terminare in un'adunanza centrale. Tali divisioni, e suddivisioni, furono imaginate per ottenerne la minima possibile responsabiltà; giacché con questo metodo si otteneva che i congiurati non conoscessero che i pochi compagni d'ogni particolare sezione, ignorando quelli delle altre. Si è però convenuto dagl'inventori medesimi che questo piano fu la rovina di molti congiurati, perché mancava della forza delle' grandi unioni, e della sicurezza delle piccole. L'oggetto era di democratizzare gli spiriti, di aumentar il numero dei rivoluzionarj, di conoscerne, e bilanciarne il coraggio, e i talenti, e tenerne in serbo un numero opportuno per i gran colpi. Verso il cominciare dell'anno 1794 pensò d'istituire un'adunanza rivoluzionaria, e siccome si era sparsa la voce, che i Despoti colla famiglia volean ritirarsi in Vienna, così si determinò di disfarsi di loro; ma non si calcolò che mancavan le forze sufficienti, giacchè a quell'epoca i patrioti non eran più di trecento. Quindi varie imprudenze essendosi commesse, la società fù disciolta per le dispotiche misure prese dai Triunviri, componenti la Giunta di Stato. Pietro Ezler falegname recò a Caterina de' Medici, allora Marchesa di Santo Marco, l'accusa dell'indoratore Biancardi. Costei, che disponeva dell'animo di Carolina, moglie del Despota Capeto, fece autorizzare Luigi de' Medici di lei fratello, allora Reggente della G. C. della Vicaria ad indagar l'opre della detta Società Patriotica. Luigi de Medici ha sortito dalla natura tutti i doni per essere un grand'uomo, o un gran scellerato; egli ad una figura piacevole, ad una grazia seducente, ad una ben'affettata popolarità accoppia vedute grandi, ed ingegno sottile, benchè non corredato di profondi studj. La patria avrebbe potuto sperare grandi vantaggi da Medici, se la sua fanciullezza fosse stata affidata ad un Chirone, ma ohimè! un Vescovo ambizioso ne fu il Direttore primiero. Passò quindi nell'Accademia di Torino, e dopo in Francia, donde ritornato s'incamminò nella Magistratura; giovine, pieno di fuoco, di grazia, di eloquenza, di ambizione egli doveva certamente risplendere in mezzo ai nostri automi togati. Costoro non mancarono di farli la guerra, ch'egli con coraggio sostenne, e dopo un tirocinio ben lungo pervenne alla Suprema Magistratura. Egli occupava la carica di Regente della G. C. della Vicaria, vale a dire di Governatore di Napoli, quando fu a lui addossata l'inquisizione contro la società Patriotica Napoletana, più conosciuta sotto al nome di Giacobini di Napoli. Medici da qualche giorno prima già conosceva il piano della società comunicatoli da un antico Massone di sua aderenza, a cui Vincenzo Manna l'aveva svelato. E quì bisogna osservare ch'egli n'ebbe notizia prima di ricever l'incarico dell'inquisizione, e non l'accusò: tre potrebbero esserne state le ragioni, o egli aspettava che i congiurati maturassero più il colpo, ed allora sarebbe andato a prevenirlo, con scoprirne ai tiranni gli autori, per rendere più rilevante il suo servigio in favor loro, o sorpreso dall'audacia dell'impresa non si era ancora determinato a qual partito appigliarsi, giacchè le sue parole a chi gli svelò la congiura furono: Non avrei mai creduto che i Napoletani fosser da tanto; o finalmente perché egli era troppo ambizioso per abbassarsi a diventare un delatore. Incominciò quindi colla solita sua funesta attività a porsi in mano le fila della congiura. La grande operazione politica, che Medici volle allora imprendere, e che credè degna de' suoi subdoli talenti fu quella di allucinare su la sua condotta i patrioti, lusingandoli ch'egli serviva alla loro causa, nell'atto che con tutto il fervore di una insaziabile ambizione si prestava alle mire sanguinarie dei Despoti. Durò l'illusione finchè egli praticò le sole prigionìe, ma squarciossi il velo, quando si viddero tre patrioti dannati alla morte. Ombra grande dell'immortale de Deo, infelici ombre compagne di Vitaliani, e Galiani, voi, che mentre io scrivo, mi fischiate all'orecchio, voi che sangue chiedete, voi che col sangue vostro segnaste il patto della futura nostra libertà, voi cui l'ingrata patria non alzò ancora nè statue, nè mausolei, voi foste le prime vittime dell'ambizione di Medici. Ah! se la maggior parte de' vostri concittadini, e de' compagni vostri hanno per lo timore ammutite le labra, vi è pure, chi sprezza il coltello dei traditori, come sprezzò il capestro dei Despoti; vi è chi ha giurato agli uccisori vostri un'odio eterno, vi è chi domanderà altamente alla patria vendetta contro ai colpevoli, e onore alle vostre memorie.

Sarà continuato

M ...